Materie prime italiane e prodotti artigianali: perché proteggere tutta la filiera
Di fronte all’aumento dei costi, abbiamo scelto di mantenere praticamente invariati da ormai quasi tre anni anni i prezzi ai rivenditori per quasi tutto il nostro assortimento. Una scelta che richiede uno sforzo importante, ma che per noi non è una strategia di marketing: è una forma di alleanza.
Enoteche, botteghe specializzate e ristoranti affrontano ogni giorno la concorrenza di supermercati e discount, mentre i rincari dei carburanti e dei trasporti mettono sotto pressione un equilibrio economico già fragile.
Eppure, questi luoghi rappresentano molto più di un semplice canale di vendita. Sono spazi in cui il cibo si sceglie, si assaggia, si racconta. Dove si scoprono piccoli produttori, si conoscono le storie dei territori e si costruisce una cultura del gusto che non può essere ridotta a una semplice comparazione di prezzi.
Quando una bottega chiude, non perdiamo soltanto un’attività commerciale: perdiamo un pezzo di comunità e una possibilità di scelta.
Per questo crediamo che proteggere i nostri rivenditori significhi anche proteggere il valore del nostro lavoro e la diversità dell’offerta alimentare.
Competere sul valore, non soltanto sul prezzo
Non chiediamo ai consumatori di acquistare a qualsiasi costo. Chiediamo che possano continuare a scegliere, disponendo degli strumenti per comprendere il valore di ciò che acquistano.
Un vasetto di confettura realizzato con frutti antichi, per esempio, non ha un costo legato soltanto alla quantità di frutta contenuta. Racchiude il tempo della raccolta, la cura della lavorazione artigianale, il recupero di ricette tradizionali, la scelta di materie prime italiane e il rischio di un’annata difficile.
Dietro un prodotto ci sono persone, competenze, stagioni e territori. Ci sono varietà che rischiano di scomparire perché sempre meno convenienti da coltivare e aziende che scelgono di continuare a lavorarle anche quando sarebbe più semplice orientarsi verso ingredienti standardizzati e meno costosi.
Il prezzo è importante, naturalmente. Ma non può essere l’unico criterio con cui valutiamo un alimento. Altrimenti, ciò che oggi sembra un risparmio rischia di trasformarsi domani in una perdita di biodiversità, competenze e possibilità produttive.
Materie prime italiane: una scelta che ha un costo, ma anche un futuro
Ci è stato chiesto se, in un contesto in cui i margini si riducono e i costi aumentano, valga ancora la pena insistere sulle materie prime italiane.
La nostra risposta, dopo quasi trent’anni di attività, è sì.
Oggi ci vengono proposte anche materie prime provenienti dall’estero a prezzi inferiori a un terzo di quelli della frutta fresca italiana. È una differenza che pesa inevitabilmente sui conti di una piccola azienda artigianale.
Ma noi siamo coltivatori prima ancora che trasformatori. Conosciamo il lavoro necessario per portare un frutto alla raccolta, le difficoltà di una stagione compromessa dal clima e il valore delle relazioni costruite con chi lavora la terra.
Per questo continuiamo a scegliere, quando acquistiamo la frutta necessaria alle nostre produzioni, quella italiana e fresca, anche quando la differenza economica è significativa.
Non significa sostenere che tutto ciò che arriva dall’estero sia necessariamente peggiore. Significa riconoscere che prezzo, provenienza, stagionalità, tracciabilità e impatto sulla filiera sono aspetti diversi, che meritano di essere valutati insieme.
Se scegliessimo soltanto in base al costo più basso, contribuiremmo a rendere sempre meno sostenibile la coltivazione di molte varietà tradizionali. E quando un frutteto viene abbandonato, non è detto che possa essere recuperato quando tornerà a esserci domanda.
Dietro un’offerta molto più economica c’è una filiera con condizioni produttive differenti. La domanda che dovremmo porci è se vogliamo continuare ad avere la possibilità di scegliere frutta coltivata in Italia e sostenere chi la produce.
Un futuro che dipende da tutta la filiera
Non basta che una singola azienda resista. Perché l’agricoltura italiana possa continuare a produrre valore, è necessario che questo venga riconosciuto lungo tutta la filiera: da chi coltiva a chi trasforma, da chi distribuisce a chi vende, fino a chi sceglie un prodotto sullo scaffale.
Ogni anello è importante. Un agricoltore ha bisogno di poter vendere i propri frutti a un prezzo sostenibile; un trasformatore deve poterli lavorare senza essere schiacciato dai costi; un rivenditore deve poter proporre prodotti di qualità con margini adeguati; un consumatore deve poter riconoscere le differenze e decidere consapevolmente.
Per questo riteniamo necessari anche strumenti concreti che favoriscano l’impiego di ortofrutta italiana nelle produzioni alimentari, sostenendo le imprese che scelgono di acquistare materie prime nazionali e contribuendo a mantenere economicamente vitali le coltivazioni tradizionali.
Non si tratta di chiedere di fermare il mercato, ma di evitare che l’unico criterio premiato sia il prezzo più basso, indipendentemente dalle conseguenze sulla produzione agricola, sull’ambiente e sulle comunità locali.
Quando il valore viene riconosciuto, l’agricoltura italiana può continuare a innovare, le piccole imprese possono investire e i prodotti dei nostri territori possono trovare spazio anche sulle tavole del futuro.
Quando questo riconoscimento manca, il mercato rischia di uniformare progressivamente l’offerta, rendendo sempre più difficile trovare varietà, sapori e lavorazioni che fanno parte della nostra storia.
Continuare a scegliere, insieme
Da quasi trent’anni, in SiGi, lavoriamo per recuperare frutti antichi e ricette della tradizione marchigiana, trasformando materie prime che rischierebbero altrimenti di perdere spazio nel mercato.
Lo facciamo con la consapevolezza che la qualità di un prodotto non dipende soltanto da ciò che contiene, ma anche dalle scelte che ne hanno reso possibile la realizzazione.
Continuiamo a credere nelle materie prime italiane, nella trasformazione artigianale e nella collaborazione con chi sceglie di dare spazio a prodotti diversi da quelli standardizzati. Ma sappiamo che la volontà delle singole aziende non basta: serve una filiera capace di sostenersi reciprocamente e un sistema che riconosca il valore delle scelte responsabili.
Il futuro dell’agricoltura non si costruisce soltanto producendo di più o acquistando a meno. Si costruisce anche decidendo che cosa vogliamo continuare a coltivare, trasformare e portare sulle nostre tavole.
Perché dietro ogni prodotto artigianale che scegliamo di acquistare non c’è soltanto un sapore da riscoprire, ma anche la possibilità concreta di mantenere vivi un territorio, un sapere e un pezzo della nostra agricoltura.


